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il ponte di una nave, gli spruzzi di salsedine, il vento che schiaffeggia; e io che scrivo lettere ...

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Utente: caeiro
Nome: caeiro
Viaggio su una nave che, a questo punto, non so neanche dove stia andando. Nè mi interessa saperlo, perchè ho capito che il viaggio è il viaggio, e non la destinazione. Nel frattempo, scrivo cose e cosette, tanto per lasciare traccia di cosa sia successo, quando qualcuno cercherà la scatola blu, in qualche fondale marino. Pratico zen, aspiro all'arte del dialogo, non ho verità preconfezionate, mi piace tanto la parola, perchè permette al silenzio di avere valore. Suono, scrivo musica, ne ascolto tanta. Insomma, "mi divido così" tra malinconie e allegrie.

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lunedì, 08 giugno 2009

Terra di nessuno...e dintorni

1987.
De Gregori aveva appena pubblicato "Terra di nessuno". Io avevo 17 anni (forse neanche compiuti)
Con il liceo andiamo ad una rappresentazione teatrale mattutina di una commedia inglese in lingua originale. Accanto a me si siede una ragazza di un altra scuola, era un liceo linguistico. Della commedia ci frega veramente poco, visto che da subito cominciamo a chiacchierare di musica e, guarda caso, proprio di Terra di nessuno: entrambi eravamo affascinati da Mimì sarà, la canzone più bella di quell'album.
E poi, parla parla, scopri un'altra grande passione in comune, Springsteen, e lei che mi dice che la sua canzone preferita era My hometown, e a seguire Valentine's day (che io, invece, soprattutto la seconda, avevo sempre un poò snobbato).
La mattinata passò così. Poi ci salutiamo. E io, da perfetto stupido, non faccio seguire la classica richiesta del numero di telefono, che so, tanto per continuare quella scoperta di passioni comuni.
Dopo 5 minuti dal saluto scopro di essere "caduto": fallen in love (a quell'età è molto facile cadere). In realtà che fossi caduto lo avevo capito anche prima, durante quella bellissima chiacchierata, ma ero ancora troppo "stordito" per averne piena coscienza e, quindi, studiare soluzioni.
Da quel pomeriggio in poi metto in piedi una ricerca disperata: di lei avevo solo il nome di battesimo (Alessandra), la zona di abitazione (via Cola di Rienzo), e sapevo anche che era animatrice parrocchiale (ah, come cambiano i tempi: una cosa del genere, oggi, mi farebbe subito rialzare da eventuali cadute!...o forse no...mica sono tutti rincoglioniti negli oratori, ammesso che ancora ci siano i classici oratori).
E allora vai con le telefonate a tutti gli oratori della zona, spacciandomi per un certo Gilberto Martellieri (il nome di quello che all'epoca era il tastierista di Battiato) che telefonava per conto di un suo amico (che, nella messinscena, sarei stato io, evidentemente troppo timido per agire personalmente, o troppo impegnato...sai, a 17 anni di impegni se ne hanno proprio tanti): Qui conoscete una certa Alessandra?
Nelle parrocchie non ti aiutano mai veramente: nessuno ha dato a Gilberto informazioni utili, ma solo domande su domande (e perchè la cerchi? ma chi sei? ma perchè non chiama il tuo amico?). Vittima dell'ipocrisia oratorial-cattolica, decido allora di passare al piano B: lettera alle parrocchie, con dentro altra lettere intestata "per alessandra".
Una lettera in cui volevo proseguire il discorso interrotto. Scritta con una colonna sonora ben precisa: quella Mimì sarà che ci era tanto piaciuta, così tanto da parlarci su 3 ore e passa...che sarebbe stato un ideale ponte (da dove, si sa, è bello vedere l'acqua che sembra che è ferma ma aivoglia se va...)
 
2009.
In viaggio verso Livorno, ascolto, dopo tanti anni, per intero Terra di nessuno, e tutto ritorna alla mente.
Gli stessi brividi e la stessa sensazione di formidabile precarietà emotiva che Terra di nessuno mi dava 22 anni prima (22!).
Le canzoni (poche e ben selezionate) si alternano come quadri di una collezione piccola e ben riuscita. Tutto sembra al suo posto (tranne una sonorizzazione un po' troppo impostata sui toni medi, ma questa è una finezza che non c'entra con l'emozione). I ritratti sono fatti di pochi schizzi, essenziali, mai fuori tema, nè troppo, nè troppo poco.
Le canzoni funzionano come un gioco di rimandi, come se ti dicessero: ora io ti dico questa cosa qua, poi costruiscici tu quello che vuoi e quello che scatena la tua immaginazione, sentendo queste parole su queste musiche calme e malinconiche.
I pensieri di un pilota di guerra, la naturale propensione al grigio di chi comanda, i colori che stanno fuori dalle stanze dei capatàz, la tragedia dei clandestini, quella scarica di elettricitià e di parole denominata il canto delle sirene, gli uomini dalle spalle larghe (merce sempre più rara, evidentemente) che ci vorrebbero per tante donne, la malinconica e lentissima vita dei matti (che non hanno un cuore che è una caverna tutta nera, e che ancora aspettano un treno mai arrivato).
Insomma, risentire Terra di nessuno è stato come tirare fuori una Vecchia valigia compagna di viaggio dopo tanti anni dalla cantina: e infatti non è un caso che l'ultima canzone sia proprio Vecchia valigia: quante mani sono passate tra le nostre dita!
E poi c'è Mimì, che guarda da dietro quei vetri che sono i suoi occhi...
E, siccome "la vita è tutta una strada, che la vedi tornare, e siccome le lacrime, quando tornano agli occhi, ti fanno più male" mi sono ricordato delle telefonate sotto il falso nome di Gilberto (sicuramente ho sbagliato a scegliere quel nome), della lettera che non ha mai avuto una risposta, e ora chissà dove sarà e chissà chi avrà letto, ridendoci su.
Magari qualcuno che non va più al di là di Io vagabondo (inno parrocchiale): che ingenuo, pensare che gente così potesse aiutarmi e diventare complice sulla base di una Mimì sarà...
Dopo 22 anni, si ripete un piccolo miracolo, e allora torno in quel teatro (mi pare fosse il Brancaccio), e capisco come era bello, a quell'età, parlare per ore e ore di canzoni e di come quelle canzoni non siano affatto "solo canzonette", altro che...
Ogni tanto bisogna riaprire le vecchie valigie.
postato da: caeiro alle ore 15:02 | link | commenti
categorie: canzoni sulla nave
martedì, 02 giugno 2009

Ultime notizie di cronaca - Pgr

ultime

La serata è di quelle giuste, per ascoltare l’ultimo lavoro dei Pgr, perché piove.
Spesso ho associato Pgr, e i Csi, nella versione precedente, alla pioggia, alla nebbia, al maltempo. Tranne nel caso di Tabula Rasa Elettrificata, che è un capolavoro di luce, di sole, di ampi spazi.
Piovoso era Linea gotica, con tutti quei riferimenti alla terra padana (“cielo padano plumbeo”) dove si era svolta la Resistenza. Oscuro, sin dalla copertina, era Ko de Mondo.
Stasera, dunque, piove, e mi sembra un’ottima occasione per farsi un giretto in macchina, verso strade buie, e ascoltare, per la prima volta, l’ultimo, ma proprio l’ultimo (the last and the end), disco dei Pgr. Che non poteva che chiamarsi “Ultime notizie di cronaca”.  
Non sono del tutto sereno, quando ascolto Giovanni Lindo Ferretti. Perché le sue svolte non mi convincono granché, perché lo preferivo prima, perché non condivido il suo innamoramento per Ratzinger, per Cielle, per Giuliano Ferrara e il suo giornale e per il centrodestra (anche se lui dice che non importa granché per cosa vota: ma allora perché lo dichiara?). Mi pare che per scappare dalle ipocrisie della sinistra comunista sia caduto in altre ipocrisie, dello stesso tenore, sia pure ammantate di veli più “celesti”.
Ma il Ferretti artista va preservato. L’artista non si giudica dal voto né dalle simpatie religiose.
E infatti ho continuato a seguirlo, faticosamente scindendo il mio giudizio sulle sue idee da quello sulla sua arte. L’ho fatto per una sorta di affetto, anche: i Csi, di cui lui era il cantante e l’autore di tutti i testi, sono  stato così dirompenti, per me, da non avere ancora avuto eguali.
Certo, i Csi erano un miracolo di equilibrio. Che, persi per strada i vari pezzi, si è spezzato. E la magia non si è più ripetuta. Neanche i Pgr, la loro naturale continuazione, sono mai riusciti a proseguire per bene il discorso iniziato con quei 3 bellissimi dischi.
Ora  c’è da prendere contatto con queste “Ultime notizie di cronaca”, un lavoro che riporta le sonorità del primo album dei Pgr: elettronico, essenziale, con buone idee, qua e là, ma con poche canzoni veramente completamente riuscite. Sono canzoni dove rimane l’impressione di una mancata completezza.
I temi sono sempre quelli, su cui Ferretti torna ormai quasi maniacalmente: la critica verso il pacifismo militante (ironizzando anche sui Nobel per la pace) e verso quello che lui, e i suoi nuovi amici, ritengono essere il pro-abortismo e il pro-morte della cultura moderna (“tra prevenzioni a aggiornamenti fecondi d’aborto, democratiche soluzioni eutanasiche”).
“Noto una qualcerta difficoltà nel procedere” canta in “cronache del 2009”: si, giusto, ma perché limitare ai soliti temi questa critica? La critica del moderno, di stampo pasoliniano, non può essere così parziale: se il discorso deve essere politico, allora la difficoltà nel procedere investe tanti altri settori della vita, non certo solo quello inerente i temi bioetici cari a Ratzinger e a Ferrara.
Ferretti stesso si lamenta di una poca profondità del pensiero (“ciò che ci pare profondo è increspatura”): eppure anche lui non è che vada molto in profondità, nel suo disprezzo per le “soluzioni democratiche” (certo, il salto non è poi così lungo: da buon ex-comunista, la democrazia non pare essere proprio tra le sue soluzioni preferite).
Il punto, però, è un altro.
E’ che lui funziona veramente quando emoziona. Ed emoziona quando tira fuori la sua parte poetica e visionaria. E’ quel che è successo con i Csi, soprattutto in Ko de Mondo e in Tabula Rasa Elettrificata: non sembrava vero che le canzoni potessero avere quel contenuto così poetico, quelle parole così inusuali per la musica leggera, così antiche ed evocanti. E infatti era facile associare quelle canzoni a momenti di vita. E’ indelebile, per esempio, in me l’associazione di “Brace” ad un bagno in mare fatto in settembre, in cui avevo respirato un odore così intenso del mare come da tanti anni non sentivo più: “appare la bellezza, mai assillante né oziosa, languida quando è ora…”.
Si, c’era sempre una certa critica, per così dire politica, della società (“occidente, occidente, luogo da cui non giunge suono, luogo perduto ormai”), ma era una parte del discorso, e non l’intero discorso.
Da qualche tempo, invece, Ferretti non fa altro che scrivere di quanto lui è preoccupato per come stanno andando le cose dell’uomo e di lanciare strali a destra (pochi, pochissimi) e a sinistra (molti, forse anche sospetti, tanto sono livorosi certe sue prese di posizione).
Non ha perso il vecchio vizio del censore. E ben venga. Solo che è una censura a senso unico, che dimentica altre preoccupazioni che pur dovrebbero entrare tra quelle da elencare (e che, guarda caso, non entrano neanche nei titoli del Foglio). E, poi, non c’è quella ironia che, almeno ai tempi dei Cccp, non appesantiva più di tanto la cosa.  
Ora Ferretti indulge troppo verso l’intellettualismo, un po’ manieristico, quasi come quelli di sinistra.

Non è un caso che stia parlando solo di lui.
Perché gli altri membri del gruppo, lo si capisce, non sono che contorno. Di lusso, ma pur sempre contorno.
Le musiche sono di livello, ma sembrano stampella di qualcosa che non si regge più tanto. Ottime intuizioni, ma mai arrivate ad essere sviluppate fino in fondo.
Non c’è insieme. Non sembra il disco di un gruppo, insomma, ma spezzoni di lavori solisti.
Le canzoni dei Csi nascevano insieme, e dall’insieme. I componenti del gruppo si trovavano in una cascina, o in una grande casa, attaccavano le strumentazioni, e cominciavano a buttare giù idee, una dopo l’altra. Nulla era precostituito. L’idea dell’uno veniva sviluppata dall’altro, e viceversa, finché non si arrivava ad una versione veramente d’insieme della canzone. I pezzi nascevano così, un work in progress dove si univano ispirazione e metodo, genialità e lavoro di messa a fuoco.
Le canzoni di questo album, invece, non sono nate così, ma attraverso uno scambio di mp3 tra i tre artisti, che si sono visti solo per la registrazione finale.
E il disco ne risente.
Anche se rimane un disco di buon livello (è pur sempre suonato e concepito, nella parte musicale, da Maroccolo e Canali), dove canzoni come “cronaca montana” e “cronaca di guerra” sembrano le più indovinate e le più fresche, almeno a livello musicale. Mentre “cronaca del 2009”, se musicalmente sembra costituire una buona idea, anche se non del tutto sviluppata, a livello testuale risente del “pasolinismo a senso unico” di cui ho detto prima.
Insomma, la storia del mio gruppo italiano preferito si ferma qui.
Tornato a casa, non ho potuto fare a meno di andare a vedere i videoclip che me l’avevano fatto conoscere: “Del mondo” e “In viaggio”. Li vedevo passare, ogni tanto, su Videomusic, e avevano fatto scattare in me una specie di allarme: attenzione, questa è musica buona. Dopo qualche settimana andai a un loro concerto. Dopo qualche mese, era diventato il gruppo per il quale ho perso più la testa, quasi una fissazione. Ricordo che ero così fissato che, una volta che ebbi l’occasione di parlare con Battiato, gli chiesi cosa ne pensasse della loro musica e della loro versione di una sua canzone.
Mi prende, com’è naturale che sia, una certa malinconia. Un tempo si è chiuso. Il sipario cala, e non vedo, all’orizzonte, altri in grado di poter sostituire quelle sensazioni lì. Forse è solo una questione di età.

postato da: caeiro alle ore 03:09 | link | commenti
categorie: canzoni sulla nave
lunedì, 09 febbraio 2009

dopo Eluana

<<Un Governo deve poter essere forte. Il mio Governo non è stato abbastanza forte per impedire che venisse compiuto un omicidio. E' per questo che chiedo lo scioglimento delle Camere. Con rammarico, perchè stavamo lavorando bene, sui temi economici; ma ho il dovere di prendere atto della poca forza del Governo.
Chiedo al popolo di pronunciarsi ancora sul Governo che verrà. Chiedo di dargli forza, quella forza che è a me mancata. Non per colpa mia, forse, ma è mancata.
Chiedo di votare un Governo capace, con i numeri, di salvare la vita. Chiedo al popolo di scegliere tra una cultura per la vita e una cultura per la morte. Mai come ora è una scelta, appunto, di vita o di morte.
Siamo minacciati, come non mai, da chi vuole decidere se e quando dobbiamo morire.
Nel caso di Eluana è stata fatta la volontà del padre, non è stata fatta la volontà di Dio, che il mio Governo voleva invece realizzare. Chiedo, dunque, al popolo di scegliere tra volontà di Dio e quella del Male. >>
Seguirono elezioni dove l'impatto emotivo fu così forte da far avere al governo Berlusconi una maggioranza dell'80% dei voti. Il governo della vita, fu chiamato questo nuovo governo.
Con quella maggioranza, fu presto cambiata la Costituzione, nel senso di un sistema presidenziale. Il primo articolo della Costituzione così recitava: <<L'Italia è un paese fondato sulla volontà di Dio>>. (qualcuno voleva aggiungere anche la volontà "della gente", ma si pensò fosse segno di poco rispetto verso Dio; e poi, si sa, la gente pensa quel che Dio pensa).
In virtù di questo cambio, si decise poco opportuno mantenere in Napolitano il Presidente della Repubblica, e quindi, dopo averlo costretto a dimettersi (sempre per volontà del popolo-Dio espressa tramite sondaggi schiaccianti), fu eletto presidente lo stesso Berlusconi, al cui giuramento presenziò, prima volta in assoluto, il Pontefice.
L'Italia entrò così nella Terza Repubblica.
postato da: caeiro alle ore 22:24 | link | commenti (1)
categorie: terraferma
lunedì, 26 gennaio 2009

avremmo bisogno...

...di persone intelligenti che ci spieghino bene cosa sta accadendo.

Non so se definirli "intellettuali" - non è un termine che a me piaccia molto - ma qualcosa del genere, persone che facciano lavorare l'intelletto, la memoria, la logica, l'intuito.

Persone come Pasolini, con una visione, che sappiano non solo leggere la realtà, ma spiegarla, e saperne prevedere gli sviluppi, alla base della spiegazione fornita.

Perchè quel che sta accadendo, al di là di tutto, mi sembra tutto così complesso, così più grande di tutti noi, inermi cittadini (cittadini?), da non poter essere spiegato con semplici "prese d'atto".

Tutti noi (non proprio tutti, insomma, quasi tutti, o forse solo qualcuno), me compreso, riescono a rendersi conto del ritorno al medioevo (non semplice conservatorismo, ma vero e proprio ritorno al passato remoto, senza l'ansia da progresso che in quel passato remoto pure c'era), della volgarizzazione mediatica, della strumentalizzazione di grandi questioni politiche e umane, della squallida trasformazione della democrazia in indice di gradimento, della riduzione della dialettica a consenso.

Ma questa è una presa d'atto, una lettura della realtà. Fedele. Cronachistica.

Ma la spiegazione, le ultime conseguenze di questa lettura, le più profonde radici, queste, non possono che darcele persone molto, molto intelligenti, dei visionari, che siano in grado di essere lontano da questa realtà, quasi distaccati, senza però che questo distacco sia siderale: quel tanto che basta per non viverci dentro con tutto il corpo, come invece siamo costretti a fare noi.

Io persone del genere non ne intravedo. Ce ne sono, ma danno spiegazioni comunque parziali e specialistiche, limitate al loro campo settoriale (e vanno da Scalfari a Eco a Rodotà a Zagrebelsky).

Una spiegazione a tutto tondo, "alla Pasolini", mi manca.

Manca anche a voi?  

postato da: caeiro alle ore 20:06 | link | commenti
categorie: terraferma
sabato, 10 gennaio 2009

persone che mancano...

postato da: caeiro alle ore 22:24 | link | commenti
categorie: in mare, canzoni sulla nave
domenica, 28 dicembre 2008

l'inerme è l'imbattibile - Massimo Zamboni

zambPer chi ancora si sente orfano del Consorzio Suonatori Indipendenti, consiglio di ascoltare "L'inerme è l'imbattibile".
Massimo Zamboni, tra i reduci del gruppo, è quello che più ha mantenuto quella identità.
Sono canzoni pesanti, argomenti pesanti, suoni pesanti e lunghi. Eppure leggeri, di una levità sconosciuta a molti cocker d'impegno e di battaglia.
La tesi sostenuta è suggestiva: che, in una società dove tutti si armano e si difendono, l'inerme, colui che è senza armi, sia il vero imbattibile.
"contro la faccia vittoriosa della propaganda, che si portano addosso tutte le sconfitte in potenza".

 Lo ascolto in una domenica mattina resa pigra dalla pioggia e dal freddo, e ancor più pigra da un raffreddore che mi intasa le vie respiratorie,ma non quelle del cuore.

Mi rivedo, poco più che ventenne, ai concerti del Csi, a "pogare", a farmi affascinare da quelle atmosfere decadenti e potenti. Dallo sguardo allucinato e lucido di Ferretti. Dalle chitarre disturbate di Canali. E anche dalle "grattugie melodiche" di Zamboni. E ora scopro come molto di quel suono lo si deve proprio a lui.

No, non è un disco che ricorda i Csi, se non a tratti, ma è un disco fatto da chi in quel gruppo c'è stato, e ha lasciato traccia. Andato via lui, non a caso, si sono persi sempre di più, fino a quella specie di truffa che è "D'anime e d'animali", dove si inneggia a Israele e si percorre il cammino clerical/ciellino verso la destra.

"L'inerme è l'imbattibile" è un disco a forte visione poetica. D'altri tempi. Un disco ostinato, dove ancora si pensa che la musica possa essere elevazione e non semplice intrattenimento.

"Credo che la terra nasca dalle opposizioni, cresca in una spaesata rabbia d'occasioni".

Un disco religioso, senza alcun proclama religioso, a differenza del suo ex amico Ferretti. Anzi, con molta parsimonia e sobrietà si invoca la gloria, in Gloria gracile

"Mi parlano di Te, Ti dipingono
S'intingono di Te, Ti sovrastano
S'incantano di Te, Ti ricalcano,
S'incarnano di Te, Ti dividono
Gloria gracile"

 
Un disco fatto apposta per le giornate pigre, dove sotto cenere cova ancora quella sana inquietudine che non ci fa addormentare: "Parlate di vita, ma ci vuole la vita, per amare la vita"

postato da: caeiro alle ore 11:23 | link | commenti
categorie: canzoni sulla nave
domenica, 23 novembre 2008

ah, la domenica...

"Lo videro di sera, una domenica"

Ah, le domeniche, maledette siano per sempre
il giorno in cui tutto si ferma
e invece tutto rimescola, sotto la cenere dell'immobilità

 

"Lo videro di sera, una domenica, che passeggiava per le strade
con quell'odore di bruciato di un amore che era appena cominciato"

Gli amori non dovrebbero mai iniziare di domenica
ogni amore che inizia la domenica è in pericolo,
perché di domenica è probabile che finirà

 
"e avrà pregato anche un dio, fa che ritorni"

E alla fine ci si affida a tutto, per farlo tornare, quell'amore .
"Fa che ritorni" è una canzone che ho scritto circa 17 anni fa.
Quant'acqua passata sotto i ponti. Eppure quello strano e struggente modo di vivere le domeniche è rimasto.
Parlava di un uomo che, una fredda domenica, passeggiava per la città, senza meta, intrappolato da qualcosa di imprecisato. La canzone era costruita proprio a mò di indagine: strofa dopo strofa, si cercava di capire cosa  avesse in testa quell'uomo lì.

Stamattina ho passeggiato per le strade del centro. E credo di aver incontrato il protagonista della canzone, che finalmente, dopo 17 anni, vede chiudersi il cerchio delle domande.
Ho visto un uomo con occhi che guardavano lontano. Era appoggiato su una balaustra del lungotevere. sembrava quasi voler volare. Non gettarsi, ma proprio volare. Chissà cosa pensava. Poi, ho capito. Pensava ai suoi incontri. Tutti fuori orario. Così in anticipo, o in ritardo, da non costituire mai occasioni, ma rimpianti.
Mi sono subito tornate alla mente le strofe di "Fa che ritorni", una canzone sostanzialmente triste impiantata su un rock leggero ed allegro.

"Qualcuno, poi, è disposto anche a giurare di averlo visto piangere fino ad urlare".

Perché la domenica mi ispira queste cose qui?
Forse sono sensazioni comuni, forse si vive in un mondo troppo in movimento per abituarsi, di colpo, al blocco domenicale.
O forse è altro; sicuramente, è altro. E chi mi conosce sa…
Perché, in realtà, è un problema mio, queste domeniche del cavolo.
Di domenica, certe volte, mi sento un lupo mannaro: uno la cui natura la puoi vedere solo qualche volta, al verificarsi di precise condizioni. Al buio. Al buio, si vede meglio.
Il resto della vita è luce, ed è luce che nasconde bene…fino alla prossima domenica.

postato da: caeiro alle ore 22:01 | link | commenti
categorie: partenze
lunedì, 18 agosto 2008

tutto nuovo...

blog3"E tu chi sei?"
"Piacere, papà"
"Ah...vabbè...piacere, Giovanni"

Oggi prima passeggiata con Giovanni. Io e lui, in una Roma quasi deserta.
Lui in un comodissimo passeggino, a dormire per tutto il tempo.
E girovagare per il quartiere. Strade quiete ed eleganti, via di Villa Albani, via Savoia; persino viale Regina Margherita non era infuocata dal traffico.
Strade percorse in un'ora, quella del tardo pomeriggio, in cui il tempo sembra sospeso, in attesa di eventi indefiniti.
E più le strade erano deserte, meno io sentivo la solitudine.
Non c'era di che sentirsi soli.
La luce bellissima che le strade di Roma hanno questi giorni.
Le ruote del passeggino che vanno manco fossero quello scooter.
Divertito ad ascoltare i commenti di chi si girava per vedere cosa c'era dentro quel passeggino.
"Che piccolo!"
"Eh"- pensavo tra me e me, ipotizzando una risposta solo immaginaria - "sapessi quanto piccolo mi sento io, quando penso su quale strada ho instradato la mia vita, e mi sembra tutto così grande e difficile da non potercela fare".
Ma non era tempo di cattivi pensieri, nè di paure più o meno recondite.
Il sole che faceva capolino tra gli alberi sembrava una metafora perfetta di questa nuova vita che sta facendo capolino nella mia vita (e nelle mie notti).
Giovanni se la dormiva beato, mentre io assaporavo ogni secondo di quella perfetta consonanza tra l'aria di Roma, il girovagare delle ruote del passeggino, il ritmo delle mie sensazioni e quello dei miei pensieri, finalmente rasserenati, dopo notti di biberon e goccine inutili per le coliche.

blog2
Peccato che nasci in tempi cattivi, di fascismo rientrante e di egiosmo imperante, e di religioni fatte di giochi di potere. Peccato, perchè, con questa luce, non sembra proprio di vivere tempi bui.
Eppure occorre ricordarselo. Occorre, almeno a me, ricordare i giorni di desolazione culturale e sociale che il mio, il nostro, paese sta attraversando. L'immobilità da cui è pervaso. L'ipocrisia, specialmente quella religiosa. Non ti fidare: qualcuno ti dirà che non è vero, che dentro certe organizzazioni (leggi cielle, come opus dei) non c'è ipocrisia, anzi c'è, e si coltiva, la verità. Non ti fidare. Non è così. Se vuoi essere veramente libero, non ti fidare di chi, magari anche in buona fede, ti dice quello che, in verità, non è. E te lo dice per farti aderire a una verità (e auna organizzazione) che, in fin dei conti, si risolve in una poco onorevole dismissione della propria libertà di pensiero e della propia unicità.
Lo diceva Fabrizio De Andrè (hai pure rischiato di chiamarti come lui): "a me fa paura l'uomo organizzato; l'uomo solo, quindi libero e salvo ("salvo" etimologicamente viene proprio da "solo"), non è pericoloso, e non mi fa paura".
Ma per te, ancora, non è tempo di questi pensieri. Che sia luce, la più luminosa, come quella che abbiamo visto oggi lungo via Savoia (insomma, tu mica tanto, per come dormivi) .

postato da: caeiro alle ore 21:13 | link | commenti (3)
categorie: partenze
lunedì, 28 luglio 2008

attese

sibenik_lampioneGiorni di sospensione. Un'attesa sospesa. Di vedere che faccia ha Giovanni. Che, inevitabilmente, almeno per i primi tempi, sarà chiamato Giovannino.
Li vivo stranamente. A volte, sin troppo cosciente di quel che sta per accadere. Altre volte, del tutto incosciente. Non lo so cosa prevale. Forse, l'incoscienza.
E la poesia?
Si, non in casa, però (troppo "affollata"). Solo quando sono in giro da solo, sul mio scooter, vivo appieno la poeticità del momento.
E penso a cose e a parole belle.
La poeticità  necessita della solitudine.
postato da: caeiro alle ore 23:15 | link | commenti (3)
categorie: terraferma
venerdì, 23 maggio 2008

il gioco dei pacchi


Circondato da pacchi, mentre faccio le valigie per salire su, in uno strano paese di nome Tirano.

Circondato da pacchi perchè un dottorato di ricerca mi riportava a Roma.

Circondato da pacchi perchè dovevo tornare su, e stavolta in dolce compagnia.

Circondato da pacchi, mentre il lettore cd mandava in ripetizione canzoni di Venditti.
Non perchè mi piaccia (oddio, quello anni '70 si), ma perchè Venditti è Roma. E noi stavamo facendo i bagagli per tornare a Roma, dopo neanche due anni di gelo valtellinese.

Circondato da pacchetti, insieme ai miei colleghi della Ssef, ci apprestiamo a cambiare ufficio: era cambiato il governo, e il nuovo governo non ci voleva lì.

Circondato da pacchetti quando io da solo ho dovuto cambiare, direzione piazza del Viminale.

E anche oggi, ultimo giorno qui, circondato di pacchettini, verso una nuova direzione, verso via Ostiense, un salto nel buio verso una nuova avventura.

Che spero non sia un pacco...  

postato da: caeiro alle ore 13:56 | link | commenti (2)
categorie: terraferma
venerdì, 25 aprile 2008

Lettera a Giovanni

Qui sul ponte della nave ormai non si può più nascondere, la notizia.
Quella del nuovo arrivo. Previsto, si dice, per fine luglio.
Io ho fatto finta di niente per un po'. Ma ora, che la pancia di chi mi sta vicino è sempre più grossa, non posso più dire che è a causa delle nuove trattorie che stiamo scoprendo.
Si, un nuovo arrivo.
E siccome so che come tutti i genitori mi rincoglionirò, e diventerò pesante e sordo, certe cose preferisco dirle ora, che ne rimanga traccia scritta e prova inconfutabile.


Caro sputino  ... si, ehm, è il soprannome che ti è stato dato prima di nascere, ma non preoccuparti, nessuno voleva veramente chiamarti così: è solo il soprannome che hai avuto i giorni in cui eri dentro la pancia della mamma, alla bell'e buona adibita a monolocale ..
Caro Giovanni (così va meglio, vero?), dicevo, due o tre cose è bene che tu le tenga presente.
E che tu stesso me le faccia leggere, quando io stesso (lo so, lo so che lo farò) le negherò, come ogni genitore fa crescendo e non sapendo più che pesci prendere davanti alla crescita impetuosa e minacciosa dei propri figli.

Cerca di essere libero. Pensa con la testa tua, e non con quella di altri.
Gli occhi non ce li può sostituire nessuno. Il pensiero, meno che mai.
Però fidati di chi ti senti di fidarti, perchè è vero che "fidarsi è bene, non fidarsi è meglio" (chissà se questo proverbio andrà anche tra qualche anno), ma fidarsi della persona giusta spesso salva. E se non è giusta, lo capirai, ci sbatterai contro, perderai delle cose, del tempo, magari anche dei soldi, perderai la strada, ma lo capirai, e ritornerai a correre. 
Però, prima di capire che la persona è quella giusta, ce ne vuole.
Ci vuole tempo. E prove che solo tu capirai di avere tra le mani. Ma non confondere speranza e intuito: a volte, lo capiamo da noi, quello che non vorremmo sapere.

Ecco, concediti tempo.
Niente di buono si fa in poco tempo. Tutto è costruzione, spesso lenta, spesso tortuosa. Non sempre il senso è chiaro, della strada che si percorre.
Bisognerebbe (io non so farlo, ma so che sarebbe bello saperlo fare) bisognerebbe, dicevo, percorrere metro per metro e non domandarsi troppe cose: vivere quel metro, come se fosse il primo e l'ultimo, sapendo bene che non è nè il primo e, molto probabilmente, neanche l'ultimo.
Vivere il presente, il "qui e ora", come dice di fare il buddismo zen, che è la religione che il tuo papà ha abbracciato, anche se da poco e, comunque, in modo molto occidentalizzato e ancora frammentario, pur sapendo che quella è la sua strada e la sua religione.

A proposito di religione, devi sapere che negli anni in cui sei nato tu la gran parte dei rappresentanti della religione cattolica, quella che va per la maggiore in Italia, sta cercando di oscurare la libertà: ci stanno dicendo loro cosa è giusto, cosa è vero, cosa bisogna fare, come bisogna pensare.
Con la scusa dell'amore per la verità, che però credono di detenere solo loro. Sai che le religioni diverse dalle loro le hanno definite forme di superstizione?
Pensa quanto disprezzo dimostrano per quelli che non sono come loro. Quando la diversità, il confronto, il guardare insieme alle cose, sia pure da diversi punti di vista, è il sale della conoscenza e del progresso.
Ci stanno mettendo, invece, uno contro l'altro. Ci stanno dividendo. 
Tutto, probabilmente, per un gioco di potere. Per avere il controllo delle coscienze e del pensiero.
Un pensiero controllato è sempre meno vigile davanti alle prese di potere. (E potere vuol dire anche denaro: non hai neanche idea di quanto denaro circoli, nel Vaticano e nelle organizzazioni religiose, soprattutto quelle dedite agli appalti pubblici, alle scuole, alla sanità).
Tu stanne lontano, dal potere, e dal controllo del pensiero.
Il potere, quello giusto, è quello che si ha su di sè. Nessuna organizzazione, laica o religiosa, nessun partito, nessun sindacato, nessuna compagnia di alcun tipo, e tanto meno nessun programma televisivo, e forse anche nessun giornale, può sostituire la tua testa.
Sbaglia, ma fallo tu. Recuperando anche la libertà di sbagliare. Ma fallo tu. 

Un pensiero libero è anche in grado di sognare. E sognare è importante.
Su questo, bisogna capirsi per bene, altrimenti rischio di dirti una cosa pericolosa e fuorviante.
Proprio il buddismo combatte contro le illusioni e i sogni.
Ma sognare, nel verso giusto, non vuol dire illudersi. Sognare vuol dire pensare che una realtà diversa e migliore di quella che si vive può esserci. E adoperarsi per realizzarla. Sognare nel verso giusto vuol dire mettersi alla prova davanti alle sfide, cercarsele, quelle sfide, e cercare di vincerle, o per lo meno di combatterle e non avere nulla da rimproversarsi alla fine della partita.

Io avevo (e ho tuttora) una passione grande, forte. Quella per la ricerca, per l'insegnamento, soprattutto quello universitario.
A me le cose sono andate come non dovevano andare, ma non è di questo che ti voglio ora parlare (ti annoierei parlandoti delle delusioni avute nella ricerca universitaria)
Ti voglio dire che so cosa significa innamorarsi di una cosa, di una idea, di una attività, sentirsi come chiamati, da una forza più grande di tutte. Una forza che fa scomparire ogni stanchezza e ogni dubbio.
Quella è la forza della passione. Che può essere diretta verso molte cose. Passione per lo studio, per uno sport, per la musica (altra mia passione), per le arti, per la scrittura, per fare l'idraulico, per fare il carrozziere e per fare l'informatico.
Non conta l'oggetto della passione, ma la passione, in sè.
Ecco, non tutti hanno passione. Chi ce l'ha deve sapere che è detentore di un dono enorme e, se possibile, saperselo godere fino in fondo, quel dono, e sperare di avere la fortuna (che io non ho avuto) di fare diventare quella passione un mestiere, un lavoro, e conviverci tutto il giorno.
Se, poi, non sarà così, pazienza, la passione rimane, è sempre bello averla, e si va verso altre strade. 
Intendiamoci: la passione occorre saperla controllare. Non si può rimanerne schiavi. La passione è al servizio di noi, e non noi al servizio della passione. E deve essere comunque indirizzata verso qualcosa di utile, di socialmente utile e gradevole. Tanto per fare un esempio, la passione per l'alcool o per le droghe non è vera passione, almeno nel senso in cui la intendo io. Che utilità e progresso sociale porta?

Io sono un grande amante della metafora sportiva, soprattutto di quella calcistica (non mi dispiacerebbe andare insieme a vedere qualche partita della nostra squadra...ammesso che tu tiferai per la Juve).
Per me lo sport, e ancora di più il calcio, quello spontaneo e genuino delle partitelle sui campetti, non il calcio commerciale della serie A e dei giocatori divi e stupidi, è una vera palestra di vita.
Vedi, ti ho parlato spesso dell'importanza di giocarsi le partite. Si gioca per vincere. Si deve avere la forza, quasi l'incoscienza, e io coraggio, di giocare le partute per vincerle. Altrimenti meglio non giocarle proprio.
Ma non sempre si vince. Anzi, ti dico una cosa, spesso sembrerà, anche a te, di perdere.
Non è così. La vittoria non è mai definitiva, come la sconfitta.
Poi, però, a un certo punto, spero tu capirai una cosa: che non è tanto importante vincere, ma giocare, e che giocare è già, in qualche modo, vincere. Il vero sconfitto è chi non gioca le sue partite.
Le sconfitte, poi, quando arrivano, sono importanti quanto le vittorie. Da loro si impara persino di più.
So che è difficile crederlo, nel momento della sconfitta.
Ma pensa una cosa: cosa succede quando vinci? Esulti, festeggi, vorresti che quel momento non finisse mai, ma già sei proiettato avanti, verso altre partite, preoccupato di vincere anche quelle e non perdere quello che hai appena conquistato.
Quando si perde accade quasi la stessa cosa: certo, non si esulta, ci si dispera, non si sollevano coppe, ma quel proiettarsi avanti è ancora più forte.
Quando si perde, si pensa subito ad una rivincita, la si costruisce, la si prepara.
Ti capiterà spesso di perdere, o di credere di perdere.
Ogni volta che accadrà, pensa subito alla rivincita, a non fare gli stessi errori di prima, e giocare di nuovo la partita. Forza, testa sotto, e pedalare. E crederci.
E fidarsi della propria curiosità. Ecco, un augurio forte che posso farti: quello di essere curioso, e di saper seguire la propria curiosità. Scoprire cose nuove, vedere sempre un lato nuovo e diverso dal quale osservare il mondo, e se stessi. 

E, poi, bisogna, giocoforza, saper anche essere realisti.
Saper coniugare passione, speranze, e realtà.
Anche qui la metafora del calcio può servire. Quando una squadra è palesemente più debole di un'altra, sa che se va all'attacco perderà di tanto, mentre se prende atto della realtà, e cerca di sistemare le cose per non far emergere del tutto la differenza di forza, magari qualcosa riuscirà a strapparla.
Ecco, certi desideri (anche nascenti dalla passione di cui ti dicevo prima) possono sembrare come certe partite che si giocano contro una squadra troppo più forte. A me così è sembrato lottando contro i baronati e le raccomandazioni universitarie.
La partita va giocata, sicuramente. Ma una speranza, piccola, di vincerla la puoi avere se hai ben presente la realtà della partita stessa, la differenza di forza, la sproporzione tra i tuoi mezzi e i tuoi desideri. Comportamento accorto e molto tattico, allora.
Il che vuol dire, a volte, anche sapersi accontentare: cosa brutta, lo so, a sentirselo dire.
Ma la passione può, deve, portare alla realizzazione di un qualcosa. Se porta solo all'illusione di qualcosa che l'evidenza dice che non si realizzerà mai, allora diventa una prigione. Diventa, appunto, quella illusione che da buon buddista non posso che combattere e non augurarmi per te.
La vera forza è modificare il corso dei propri sogni, quando si capisce che quel sogno che si covava dentro non si è realizzato e la realtà delle cose ci dice che non si realizzerà tanto facilmente. Non accanirsi, ecco. Saper deviare. Per, poi, magari, riprendere. "Il tempo è galantuomo": chissà se questo proverbio ancora si userà, quando (e se) leggerai queste righe.

Altra cosa. Cerca di mantenere sempre un senso di giustizia. Il mondo è pieno di ingiustizie e di disuguaglianze. Non passarci accanto con sguardo indifferente. Nel tuo piccolo, nel tuo molto piccolo, non le replicare. Cerca sempre di domandarti se quello che fai crea una ingiustizia per qualcun altro. E sappi rispettare le regole, e le persone.
E pensa che quello che fai ha sempre una ripercussione sugli altri. E, allora, quello che si fa deve essere sempre fatto si per il bene proprio ma non a pregiudizio del bene comune.
Vedi, nasci in un momento in cui un certo Berlusconi (di cui spero tu non sentirai mai più parlare) è stato eletto con tantissimi voti presidente del consiglio (cioè, è diventato il capo del paese). Questa persona qui ha da sempre manifestato molto disprezzo per le regole, ha incitato all'odio sociale, all'egoismo. Ha dimostrato indifferenza verso i più deboli e i meno fortunati. Ha costruito una società in cui o hai successo, e non importa come lo raggiungi, o sei uno sfigato che si deve solo vergognare.
Berlusconi, quando tu sarai grande, sarà bello che morto e sepolto, ma ci saranno i berluschini (e tra questi un certo Formigoni e un certo Fini), i suoi epigoni che, come tutti gli epigoni, ne amplificheranno i difetti, senza averne i (pur pochi) pregi.
La società in cui vivrai sarà, molto probabilmente, ancora inquinata da questa ondata di razzismo,fascismo e clericalismo che io e tua mamma stiamo vivendo con preoccupazione.
Forse non è un caso che questa lunga lettera te la scrivo il 25 aprile, giorno in cui, 63 anni fa, il nostro paese è stato liberato da una dittatura fascista.
A proposito, se nei libri di storia non troverai menzione di cosa è stato il fascismo, chiedicelo. Perchè in questi giorni proprio quell'uomo di cui ti dicevo, insieme ai suoi amici, stanno dicendo che vogliono riscrivere i libri di storia e cancellare il capitolo sulla resistenza al nazi-fascismo. Chiedi ai tuoi genitori cosa è stata la resistenza, cosa è stato il fascismo in Italia.

Tu non vergognarti, invece, di pensare a chi sta peggio di te. E di contribuire, nel tuo piccolo, nel tuo molto piccolo, a costruire una società che non abbia così tante diseguaglianze. Una società migliore di quella che questo paese così scassato come l'Italia ti ha fatto trovare.
Ai tempi in cui nasci tu, queste idee si dicono di sinistra. Non so che piega prenderà la cosa, come si chiameranno queste idee, forse non saranno chiamate di sinistra, ma so sicuramente che ci saranno, perchè, finchè ci saranno ingiustizie e diseguaglianze, ci sarà sempre qualcuno che non si volterà indietro. Io sarei molto orgoglioso di avere un figlio che non si volterà indietro e che, come sta cercando di fare suo padre, vorrà costruire il suo futuro e la società in cui vive senza scorrettezze, con uno sguardo limpido sulle cose, avendo rispetto per le persone, usando modi gentili e garbati, entrando con delicatezza nell'animo delle cose, avendo senso di cura per le persone e per le cose, preservando la propria anima da intrusioni, come quelle televisive, per nulla delicate e per nulla rispettose nè curanti.

E, poi, non avere paura. Nè vergogna.
Non avere paura o vergogna di piangere, quando ti sembrerà che piangere sia una ammissione di debolezza. (E, poi, sappi che le donne, quelle vere, e non quelle che imitano i peggiori difetti degli uomini, adorano vedere un uomo piangere, perchè lo ritengono più vero).
Non avere paura anche di avere paura, quando ti sembrerà che dimostrarla sia un segno di pavidità.
Non avere paura o vergogna di dire quello che pensi, anche quando sai che la maggioranza non la pensa come te. Anzi, fatti forte di questa eventualità, se e quando capiterà.
Senza, però, cercarla ad ogni costo: i professionisti del no e delle minoranze a tutti i costi sono, a loro modo, molto simili a quella maggioranza che vorrebbero combattere.
Non avere paura di morire. La morte, è un accidente che però capita a tutti. Ma può non voler dire dire fine di tutto. La morte, quella di cui veramente avere paura, è un'altra cosa: è la fine delle speranze, delle idee, della voglia di cambiare e di migliorare, della voglia di sfidare. Quando io non ci sarò, cercami comunque in qualcosa o in qualcun altro: sai che per il buddismo è molto probabile rinascere, reincarnarsi in altre vite? Potresti avere sorprese bellissime, e capire che niente muore veramente. Ti do un suggerimento: cercami nel mare, che per me è la cosa più bella che c'è in natura, e magari proprio nel mare della Calabria, da dove io sono venuto, e che spero farà innamorare anche te (l'altro mio grande amore non umano è la città di Roma, dove ho fortemente voluto tornare a vivere, ma questo è un altro discorso).
Non avere paura o vergogna di combattere ogni forma di ipocrisia: la chiarezza e la limpidezza di pensiero e di comportamento, alla lunga, hanno la meglio su ogni falsità e su ogni gioco meschino.
Non avere paura o vergogna di amare, una donna o un uomo (se ti capiterà di innamorarti di un uomo: molti, anche tra quelli che dovrebbero difenderti, e qui penso ai cattolici ipocriti di cui questo paese è pieno, ti prenderanno in giro, ti diranno che sei un malato, un pervertito, e se non arriveranno a dire questo, comunque diranno che non hai il diritto di farti una famiglia, ma tu non curartene, e fatti forte del tuo amore).
In amore, come forse in tante altre cose, non c'è alfabeto: sbaglierai molto spesso, ti sembrerà di non saperci fare (così spesso capita a me). Ma dai te stesso, senza riserve, e con il cuore (che io stesso ho usato in molte occasioni della vita, compresa questa lettera, scritta di getto, pensando di doverti dire qualcosa di molto importante, che doveva rimanere).
Tutto torna, prima o poi. Fidati.

 
p.s.: se questa lettera potesse avere anche un accompagnamento sonoro, io ti consiglierei "born to run" (springsteen), una canzone del 1975, pensa tu quanto è antica, ma ancora attuale, perchè di essere nato per correre, in ogni senso, anche solo figurato, ti sembrerà sempre... 

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domenica, 13 aprile 2008

quieta l'aria prima della tempesta

Nave in mare tempestoso

Aria strana oggi, qui sul ponte della nave. Come di quiete prima della tempesta.
Sensazione di qualcosa di ineluttabile, e di sgradevole, che sta per avvenire.
E che "deve" avvenire.
Un via vai tranquillo, eppure, sotto traccia, teso, di persone con una tessera in mano.
 Arriverà, la tempesta.
Tutti, qui sulla nave, lo sanno. E, quel che è peggio, lo sentono.
E avrà la faccia di un ultrasettantenne rifatto e ricchissimo, pieno di ville che, in camicia nera, saluterà una folla di teledipendenti, di casalinghe adoranti, di persone che sembrano il prolungamento del loro Suv, di professionisti dalla morale doppia, di evasori fiscali, di dipendenti che stentano ad arrivare a fine mese, di operai con bassi salari.   
Persone molto diverse tra loro, con portafogli e conti in banca lontanissimi, ma accomunate tutte da due cose.
Sono persone che tutto perdonano, anche i reati di mafia, tranne l'essere, in qualche modo, sia pure lontano e sfocato, di sinistra.
E sono persone che probabilmente non hanno mai aperto, seriamente, un buon libro di storia.



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